I Pulsar Ensemble sono quattro percussionisti di estrazione jazzistica, ma con un passato (o in certi casi presente) di matrice rock (basti citare i Verbal per Sebastiano Ruggeri, i Rich Apes per Luca Mazzola e Gionata Giardina, i Sick Flowers per la mente compositiva del progetto, Filippo Sala), a cui si aggiunge l’amore per l’elettronica (affrontata qui in prima persona da Jacopo Biffi). Il risultato è un album sperimentale di grande fascino, che affronta questo crossover di generi in modo spontaneo e convincente.

“OddSquare” nasce con le urla e i versi che danno la carica alla ritmica guerresca, violenta, ma naturale, dell’introduttiva Sensation. È infatti solo con la successiva Light and Shade che fa la sua comparsa il synth, in quest’occasione accompagnato da un glockenspiel rilassante, notturno, che trasporta l’ascoltatore in un viaggio post-rock con tanto di finale con fiati dissonanti e tappeto di chitarra elettrica. Bassi ipnotici e distorti per una danza futuristica in cui robot ballano in gonnellina su spiagge deserte sono il succo di Play, mentre Biglie e Castelli di Sabbia parte in punta di piedi per incutere gradualmente sempre maggiore tensione, toccando persino punti di buio terrore, stemperati nell’inaspettato solo finale di melodica. Little Square vive di atmosfere cinematografiche da mondi altri, fantascientifici, riportati nel finale a una realtà più attuale e umana, musicalmente rock. Realtà seguita, seppur non in modo pedissequamente ricalcabile, anche nella successiva The Box.

Shadow of Alfred è ansia guerresca fra tribù primitiva (da notare l’utilizzo del caxixi, strumento brasiliano famoso per la capoeira) e sirene di soccorso metropolitane. Al contrario Afroeurobici possiede un mood meditativo, che ancora una volta lascia spazio a un finale elettrico e chiaramente rock. Insomnia è una ninna nanna ultraterrena, che si trasforma in discomusic infernale: come a dire i due volti della notte. Un pianoforte e leggeri tocchi di batteria accompagnano amabilmente l’ascoltatore nella finale Tetris, a degna conclusione di questa emozionante esperienza.

Un disco coraggioso, strano, ma non troppo difficile da comprendere. Sarebbe un piacere potesse diventare un ascolto fisso non solo per gli appassionati di band come Calibro 35 o Tortoise, o del jazz più contemporaneo e contaminato, ma per qualunque amante della buona musica.

Andrea Manenti