Il mercato discografico è in crisi, gli artisti fanno sempre più la fame, Apocalisse in vista per la musica e i suoi mestieranti. Tutto vero? Nì. O meglio, nel cambiamento epocale di piattaforme e fruizione che ha travolto e sconvolto la musica negli ultimi anni, di certo a rimetterci sono stati (anche) i guadagni dei musicisti, ma da qui a dire che il mercato discografico e musicale in generale sia alla canna del gas ce ne passa.

A parlare sono i numeri: un’inchiesta condotta in America da Citigroup rivela che, nel 2017, dei 43 miliardi di dollari guadagnati dall’industria musicale a stelle e strisce soltanto 5 sono effettivamente finiti nelle tasche degli artisti. Vale a dire il 12 per cento. E non va nemmeno poi così male, se si pensa che nel 2000 la percentuale era solo del 7 per cento.

E il resto? Diviso tra gli attori dietro le quinte: piattaforme digitali (Spotify e simili) ed etichette discografiche si spartiscono più o meno equamente oltre la metà del malloppo, seguite da tutto quello che segue quale merchandising, manager, promoting, live, eccetera. Così, con buona pace degli amanti della musica dal vivo, i live e le tournée sono tornate ad essere la vera fonte di guadagno e sopravvivenza di un artista degno di tale nome. Anzi, l’unico modo per poter incrementare quel 12 per cento di cui sopra.

Ma se dal punto di vista dell’utente tutto ciò può suonare come una gran figata, per l’artista spesso si trasforma in una gara contro se stesso, di resistenza soprattutto, e un conseguente dispendio di energie fisiche e mentali che non tutti, in particolare agli inizi, si dimostrano in grado di reggere. Uno tra tutti, James Blake, che nei mesi scorsi ha dichiarato apertamente di essere caduto in depressione e di aver pensato al suicidio come conseguenza di un esaurimento dovuto a un estenuante tour. O Michael Angelakos dei Passion Pit, che se l’è presa apertamente e più volte con l’industria musicale, da lui giudicata non in grado di supportare adeguatamente gli artisti costringendoli ad estenuanti tour (de force) promozionali che li costringono a vivere letteralmente on the road per mesi.

James Blake

Certo, viene un po’ da sorridere a ripensare agli scorsi decenni e ai tour epocali che duravano mesi filati, se non addirittura anni, su e giù per il globo. Evidentemente erano altri tempi, altri soldi che giravano, altre epoche. E anche altre rockstar.

La domanda fondamentale, ora. Esiste una luce in fondo al tunnel della sopravvivenza per gli artisti? Certo che sì, basterebbe volerlo. Proprio Citigroup, autore dell’inchiesta, ne profila tre:

  1. Vertical Integration: unire colossi del promoting con colossi della distribuzione con le piattaforme digitali
  2. Horizontal Integration: la fusione di più piattaforme di streaming
  3. Organic Vertical Integration: le piattaforme invadono gli spazi storicamente in mano alle etichette discografiche

Tutto bellissimo, a parole. Ma nella guerra del marketing, dei like, delle visualizzazioni e dei soldi da accatastare a palate, resta il timore che l’artista resterà sempre, per doloroso paradosso, l’ultimo interesse di chi attualmente, piaccia o no, detiene potere e denaro.
Keep on rockin’ in the (mica troppo) free world, insomma. E incrociamo le dita.

Federica Artina