Dicono di essere un’ ideale Brindisi tra Stanley Kubric e Mario Monicelli. Volendo estremizzare il concetto si potrebbe affermare che siano il punto di incontro tra l’ironia italiota di Totò e la rabbia folle di Jack Torrance.
Scherzi a parte, gli Arancioni Meccanici sono il gruppo più Rock (quello degli anni ’70/’80 per intenderci) che mi sia capitato di ascoltare quest’anno. E non poteva essere diversamente vista la produzione di Giulio Favero. Le chitarre gridano e graffiano, i generi musicali esplorati sono i più disparati e la voce, quando il cantato è in italiano, ricorda talvolta Fiumani (“Mala Tempora” su tutte) e talaltra Pelù (ascoltatevi “Automation for the People”).
Lasciandosi trasportare dalle atmosfere del disco si parte da cavalcate in puro Doors style come in “Tomorrow” o “Uomini/Macchine” (all’interno di quest’ultima troviamo anche chiari riferimenti ai CCCP), si passa per momenti più dark come in “Love” o “Reggae”, si cede all’elettronica in “Automation for the People”, ci si lascia andare a Blues sgangherati come “Ti porto fuori a cena” e “Caravan of Love”, e si arriva a un vero e proprio anthem come “La Minaccia Rossa”. Tutto questo senza mai dimenticare un ironia demenziale di fondo, che lenisce una disperazione latente
Se questo enorme frullato non vi spaventa, e se ritenete di avere lo stomaco abbastanza forte per poterlo digerire l’ascolto è consigliato. E sono certo che non ne rimarrete delusi. Per tutti gli altri di voi che non se la sentono possono sempre andarsi ad ascoltare Syria.