Ok. Partiamo da una semplice considerazione. Se a 15 anni fosse scoppiato un incendio a casa mia, avrei provato a salvare la mia copia di “…And Out Come the Wolves” prima che mia sorella. Sono molti i punti di contatto del nuovo lavoro con l’iconico album del 1995. I Rancid tornano a registrare agli Epitaph Studio, quelli degli esordi, rispolverando il loro sound storico e quell’aria riot che un poco contrasta con i segni che gli anni hanno lasciato addosso.

L’album è un concentrato di ska-punk che richiama i primi lavori della band. Un susseguirsi di canzoni che vanno dal minuto scarso ai tre. I ritmi sono veloci e la voce inconfondibile di Armstrong si unisce ai cori che immancabilmente ti ritrovi a cantare. Non a caso la prima traccia del disco è Track fast: una vera e propria dichiarazione di intenti punk-rock. Tiratissima, carica di energia, con vocali al limite dell’urlo. Tutto il resto di “Trouble Maker” procede su questa impronta. I suoni sono quelli giusti, le canzoni si inseguono senza sosta fondendosi in un flusso di punk, il basso non sbaglia un colpo e le chitarre fanno il loro dovere. Un vero e proprio tuffo nel classico sound Rancid che fa ancora alzare la cresta ai fan della band californiana.

Eppure sembra mancare qualcosa. Il disco ricorda fin troppo i primi lavori per non finirne comparato. La differenza dagli inizi è chiara, soprattutto per chi sta sulla scena da quasi 30 anni. I Rancid urlano troppo del loro fare festa e divertirsi per dare effettivamente l’impressione che sia così. A tratti sembra un mero esercizio stilistico dei “Rancid che fanno i Rancid”. Non è una sorpresa che oltre alla bombetta Track Fast ed al singolo Telegraph Avenue, i brani più riusciti del disco siano il divertente inno ska Where I’m Going e la sing-along Farewell Lola Blue.

C’è poco da fare: “Trouble Maker” è un album punk-rock onesto e ben fatto. Scorre facilmente per tutti i suoi 33 minuti e 12 secondi senza perdere colpi e regalando parti davvero divertenti. Di sicuro farà piacere ai fan di vecchia data (soprattutto dopo il deludente “Honor” del 2014), ma non aggiunge né toglie nulla a una band che fa pogare dal 1991.

Simone Casarola (@simocasarola)

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