Ascoltare la voce di Martin Courtney è come ricevere una carezza di mattina appena svegli. Ancora un po’ sporca di sonno, non sdolcinata o tentatrice, ma semplice e liscia, dalla bellezza quotidiana. Quella voce culla le 11 tracce di “In Mind”, quarto lavoro dei Real Estate. A tre anni da “Atlas”, il gruppo made in New Jersey ritorna con il suo personalissimo suono indie/dream/jangle pop, con un chitarrista nuovo e con le idee sempre più chiare sul suono che vuole ottenere.

È infatti un disco coerente con l’imprinting musicale della band, dominato totalmente dalle chitarre, fluttuante ma al tempo stesso definito e facilmente riconoscibile. Un suono ricco di lo-fi, che lo rende così distintivo e arioso pur essendo in realtà densamente stratificato. Uno stampo creativo che a volte rischia pericolosamente di cadere nel banale o nel ripetitivo, ma che poi all’ultimo (con un assolo, un sintetizzatore o un organo improvviso, una batteria) riesce sempre a schivare.

E così i Real Estate continuano a percorrere la loro strada con decisione e passi ben riusciti, che si ancorano al passato, ma avanzando a tratti verso altre frontiere, senza però mai esagerare. Darling apre con energia sul mondo della band con i suoi giri di chitarra toccati dal synth, e da lì in poi si naviga sullo stesso virtuoso e ondeggiante mare, dal country psichedelico di Diamond Eyes, alla sognante Saturday, dal dream-pop elegante di After The Moon, alle derive distorte e psych di Two Arrows.

Con “In Mind” i Real Estate restano comunque fedeli a loro stessi, alla loro leggerezza musicalmente articolata ed emotivamente infarcita: ma questo è sempre la cosa giusta da fare? Oscar Wilde diceva che la fedeltà è per la vita sentimentale ciò che la coerenza è per la vita intellettuale: semplicemente un’ammissione di fallimento. Non prendiamola come verità assoluta, ma è un’ipotesi da tenere in considerazione.

Giulia Zanichelli