stardust birthday party cover

A Ron Gallo piace giocare con i contrasti. É un artista giovane che fa musica datata. Un ragazzo alla moda che sguazza nell’underground. Un instagrammer di rispetto con un’anima garage. È fuorviante, divergente. Un alieno in un universo che tende a omologarsi a un unico (tragico) modello cosmologico.

Sia chiaro, non si tratta di una pecca, anzi. La natura antitetica di Ron Gallo, questo suo essere un giorno ribelle e il giorno dopo sottomesso e penitente, lo rende un’eccezione nel panorama indipendente americano. Un weirdo punk-poet, come lui stesso si definisce, capace di raccogliere consensi a destra e a manca.

Il suo Lp di debutto da solista del 2017, “Heavy Meta”, per quanto molto valido e folgorante, tradiva una certa confusione in termini programmatici. Il successivo Ep, “Really Nice Guys”, uscito lo scorso gennaio, lo rappresentava in una positiva fase di passaggio. Questo “Stardust Birthday Party”, invece, autoprodotto (finanche nell’artwork) e pubblicato per la New West Records pochi giorni fa, lo coglie in piena fioritura artistica e intellettuale.

La gamma delle influenze si allarga. Partito dal primo Ty Segall e dagli Oh Sees degli esordi, Ron Gallo prova ad addentrarsi nei meandri della punk-wave dei B-52’s e dei Devo di fine ’70. Anche le velleità folk alla Tim Buckley sembrano abbandonate a favore di un ritmo più sostenuto, ruvido e verace. A stupire, però, non è tanto la struttura dei brani in sé, ma il loro contenuto.

O meglio, la felice dicotomia fra musica e testi, serio e faceto. Fra i suoni grezzi di un power trio (completato da Joe Bisirri al basso e Dylan Sevey alla batteria) e l’importanza del messaggio. “Stardust Birthday Party” può essere infatti considerato alla stregua di un concept-album. Un viaggio rock’n’roll nell’intimità di un ragazzo che si sente cresciuto, per non dire nuovo. L’artista di New Jersey, 31 anni lo scorso 29 settembre, affronta il tema dell’evoluzione umana a suon di chitarra e qualche effettuccio lo-fi tirato fuori dall’Iphone.

Non è un caso se questo nuovo lavoro si apre con un pezzo come Who Are You (Point to it), in cui la voce narrante invita l’autore (e quindi se stesso) ad affermare con forza la propria identità. Un’identità rinnovata, si diceva, che vede Ron Gallo ormai libero da «una relazione con qualcuno che stava lottando con problemi di salute mentale e una devastante dipendenza dall’eroina», consapevole delle proprie ansie e delle proprie manie.

Always Elsewhere, il primo singolo estratto (già eseguito durante il live al Circolo Magnolia di questa estate), è il pezzo più incazzato del lotto. La tecnica è quella dell’elenco, una lista di fastidi, problemi e inutili distrazioni, che ci portano ad essere sempre, inesorabilmente, da un’altra parte.

In Prison Décor l’interiorità diviene una gabbia dalla quale affacciarsi per controllare che tutto, là fuori, vada per il verso giusto e che gli altri abbiano una buona considerazione di noi. L’attenzione è costantemente concentrata sull’autore, che in Do You Love Your Company, il bellissimo secondo singolo, arriva a chiedersi come si stia con se stessi. Una domanda più che legittima se si guarda all’armonia come fine ultimo del proprio percorso. E ancora una volta è l’autoironia, la cadenza comica simile a quella di Jello Biafra, a creare un irresistibile effetto straniante.

Una risposta, Ron Gallo, sembra trovarla tra le pieghe di “You” Are the Problem, un pezzo sghembo che starebbe bene in un disco di Courtney Barnett. Ma nelle sue riflessioni non tutto è sempre perfetto. Si passa dal forzato ottimismo di It’s All Gonna Be Ok, tra i migliori episodi del disco, il più rigorosamente punk, al disfattismo di I Wanna Die (Before I Die).

Impossibile non citare, infine, l’omaggio a John Coltrane in Love Supreme (Work Together!), con Caroline Rose ai cori, e la conclusiva Happy Deathday, constatazione disillusa di quanto qualunque strumento di conoscenza, per quanto potente, non sia in realtà in grado di portare in paradiso.

Paolo Ferrari