Volendo, “Pop From Hell” si racconta facilmente in poche frasi. I Senzabenza sono in circolazione dai primi anni 90 e non pubblicavano un album nuovo dal 2002, ma gli anni trascorsi non hanno appannato la loro caratteristica migliore: essere un’infallibile fabbrica di ritornelli orecchiabili.

I sedici pezzi schierano uno spiegamento imponente di ganci melodici, come e forse più che in passato. Rispetto ai tempi di “Gigius” e “Deluxe” la bilancia pop-punk pende dalla parte del primo piatto, non c’è più la necessità di spingere sulla velocità del ritmo, e le tastiere di Daniele Nonne offrono la possibilità di qualche soluzione diversa dal solito muro delle due chitarre. Ma il punk resta un pilastro del suono e della storia della band, tant’è che per riempire lo spazio lasciato libero dal bassista dimissionario hanno chiamato sedici bassisti diversi, uno per canzone, tutti personaggi noti del giro punk italiano.

Quindi, tutto bene: i Senzabenza continuano a fare quello che gli riesce meglio e si divertono a farlo. Però, però, però. “Pop From Hell” continua a farmi ronzare qualche domanda in testa. Negli anni 90 il “flower punk” – l’etichetta con cui il gruppo si autodefiniva – era un modo per rimarcare un atteggiamento più leggero rispetto alle prese di posizioni politiche dei gruppi hardcore (e delle posse che dominavano la scena dei centri sociali del periodo). L’idea e il suono erano al passo con quello che succedeva in giro per il mondo: i Ramones raccoglievano le ultime ovazioni prima di chiudere baracca, nel sottobosco circolavano personaggi come Hard-Ons, Screeching Weasel e Queers, mentre i Green Day preparavano l’assalto alle classifiche, e la Epitaph pubblicava un disco nuovo al giorno o giù di lì.

I Senzabenza stavano lì in mezzo e se la giocavano ad armi pari, anche coi gruppi più importanti, tant’è che Joey Ramone si era fatto avanti per lavorare con loro in studio. Adesso tira tutt’altra aria, ma loro sembrano fregarsene allegramente. È coerenza ammirevole o immobilismo senile? Tengono alta la bandiera in un momento di stanca o sono come quei soldati abbandonati nella foresta che pensano di combattere ancora una guerra terminata da anni? Oppure sono io a essere un cacadubbi attempato con le orecchie rattrappite che si è dimenticato come ci si diverte? Il “great big world” di cui cantavano i Senzabenza ai tempi si è trasformato in un circolino frequentato dai soliti quattro gatti? Meglio quello di un mondo in cui tutti sembrano mossi soprattutto dalla smania di autopromozione? Sono finti problemi? Mi viene solo una risposta: boh.

Paolo Giovanazzi