Lugano, 25 luglio 2018

«Tutto quello che vediamo è quella donna con il mocio che pulisce il pavimento, ovunque andiamo».

Per scacciare i demoni hanno dovuto aspettare quasi ventanni. Storia triste quella degli Slowdive, che ancora di più accresce quella che è la vera e propria essenza di un genere, lo shoegaze, ma anche di una attitudine musicale che ha visto una breve luce agli inizi degli anni 90’, per poi ritrovarsi in auge grazie a un recupero a volte inconscio della storia, grazie ad artisti del calibro di DIIV, Youth Lagoon, Deerhunter, etc.

Bocciati dalla stampa a metà degli anni 90’, spazzati via dall’arrivo dell’astronave del brit-pop e infine scaricati dalla loro etichetta del tempo, la Creation Records. Era questo lo scenario che si presentava agli Slowdive nel 1995, con all’attivo tre dischi, di cui gli ultimi due veri e propri capostipiti dello shoegaze ortodosso, forse solo comparabili all’influenza di “Loveless” dei My Bloody Valentine e di certi Ride.

 

Slowdive (Ph: Roam Festival Lugano)

 

Gli Slowdive sono tornati una prima volta per una reunion nel 2014 e ora, con un disco omonimo, per affrontare i fantasmi del passato, quella donna delle pulizie che si sono ritrovati durante uno degli ultimi concerti, in una hall vuota, durante un tour che si sono dovuti finanziare in quanto scaricati in modo brusco dall’etichetta. Ora i ragazzi possono rialzare lo sguardo dalle scarpe scucite e guardare negli occhi i molti devoti che pagano il loro tributo, espiando le proprie colpe poppettare della giovinezza.

Lo scorrere del tempo è stato dolce e gli scenari maestosi e distorti degli Slowdive sembrano aver mantenuto la freschezza con il passare degli anni. Nella maginifica atmosfera del Parco Ciani che avvolge le sonorità maestose del gruppo di Reading, immersi in una radura al centro di un bosco, gli Slowdive cullano il pubblico del ROAM Festival con un’onda di suono trascendente e ipnotica. Il festival luganese anche quest’anno si rivela una garanzia per la musica internazionale underground in Ticino, portando in una location surreale nomi della scena alternative come Slowdive, Mogwai, Fennesz e nuove proposte come Novo Amor e Ed Prosek.

Un’estasi di un’ora e mezza, un distillato di nostalgia (Alison, When The Sun Hits), ma anche diverse proposte dal nuovo disco, dove a farla da padrone rimangono il flow della chitarra di Neil Halstead e la dolce melodia della voce di Rachel Goswell, immersa in profondi riverberi.
Pentiamoci e piangiamo, la messa degli Slowdive non è ancora finita.

Andrea Frangi