Dagli Slowdive ai Mojave 3, agli Slowdive: ventotto anni di musica, ventotto anni di suoni e immagini. Otto brani per questo ritorno sulle scene, quasi cinquanta minuti di sogni per l’udito e per la vista. Sì, le loro canzoni infatti le si possono descrivere tramite due diversi sensi. Nel modo tradizionale vi esporrò il tuffo nel passato dell’iniziale Slomo: delay, batteria dritta, gran melodia, atmosfere oniriche, la voce femminile di Rachel Goswell e quella maschile di Neil Halstead che si intrecciano in modo soave, la dissolvenza sul finale. In diverso modo invece vi parlerò di Don’t Know Why e delle sensazioni che può creare nell’ascoltatore. Chiudete quindi gli occhi e lasciatevi abbandonare da nude figure mitologiche che saltano in un prato, inizia a piovere e le figure si bagnano: sono contente. Si fa notte e la festa continua, ancora più sfrenata, fino a una nuova alba che sorge.

Il resto della scaletta è composto dal primo singolo rilasciato a inizio anno, Star Roving, e al suo riff capostipite di una tipologia che in moltissimi hanno cercato di far propria in questi anni, dagli Smashing Pumpkins a svariate band shoegaze/indie/alternative; il pop anni Ottanta, quello bello, filtrato dalla decade successiva e donato al pubblico del nuovo millennio del secondo singolo Sugar for the Pill; Everyone Knows e i ricami vocali della Goswell; No Longer Making Time, vero capolavoro dell’album nonché pura goduria e il dark di Go Get It, pregno di tensione che giunge dritta al cuore. Falling Ashes è il degno finale di questo grande ritorno. Note di pianoforte che cadono come foglie d’autunno: pura poesia in musica (“pensando all’amore, pensando all’amore, pensando all’amore…”).

Andrea Manenti