L’Africa è in fermento, un fermento politico, sociale, culutrale e artistico. Lo è da anni. Ultimamente però la situazione si è ulteriormente riscaldata. A causa di questo contesto movimentato, il rock africano (soprattutto nella zona sahariana) sta attraversando un periodo di notevole vivacità, come non capitava dai tempi di Fela Kuti & Co. Bombino e i Tinariwen, venuti alla ribalta nelle cronache degli ultimi mesi, sono solo i più fortunati, ma dietro di loro hanno un esercito di agguerriti rocker.

Con “Résistance”, album uscito per l’etichetta inglese Transgressive Records, i Songhoy Blues si candidano a essere l’astro nascente della rinverdita scena rock del continente nero. Il quartetto si è formato a Bamako, capitale del Mali. La situazione politica però li ha presto costretti a fuggire dalla loro città natale per trasferirsi a Timbuctu (nel sud del paese). L’esilio forzato non li ha scoraggiati, anzi ha rafforzato la loro ispirazione e portato nuovi stimoli alla loro muisca.

Nel 2015 viene dato alle stampe “Music in Exile”, album d’esordio, che li pone all’attenzione della stampa internazionale. Ma è con “Resistance” che arriva la definitiva consacrazione. Il disco viene registrato a Londra al Pool Studio con il produttore Neil Comber (M.I.A., Django Django) e le collaborazioni di Iggy Pop e dell’MC di grime Elf Kid.

Un misto fra punk, funk, ritmi tribali e blues desertico. Una bomba insomma. Ma quello che più stupisce è la purezza, la rabbia e la ribellione che questa musica trasmette. Esattamente come suonavano i gruppi statunitensi ed inglesi nel favoloso, ed irrimediabilmente passato, decennio degli anni ’60. Se il rock è morto abbiamo trovato chi è in grado di farlo risorgere. O perlomeno di dare qualche scarica elettrica al cadavere.

Lesterio Scoppi