13 tracce grondanti di rock sono raccolte all’interno dell’esordio dei YES DADDY YES. Band sulle scene da qualche anno che, dopo la pubblicazione di due EP, ha deciso che è venuto il tempo per incidere qualcosa di più corposo. Si richiamano esplicitamente al noise-rock East Coast e al power pop di Pavement e Sebadoh, ma si odono anche echi di Brit Rock stile Little Man Tate o Franz Ferdinand e fugaci scappatelle nel country/souther rock. Giovani e divertenti, anche se ancora acerbi (soprattutto nei testi), rilasciano un album che fra acidità sintetiche e chitarre gracchianti non riesce a trovare una direzione precisa e un’ amalgama che gli conferisca un gusto chiaro e riconoscibile. Aspettiamo la maturità della seconda prova.
Laika Vendetta - Laika, Sylvia, Jeanne E...Le Altre
Label:
Boleskine House Records
Un disco che esplora l'universo femminile nel nome della cagnetta Laika, mandata nello spazio con la sonda Sputnik nella corsa alla conquista dello spazio. E lo esplorano bene questi Laika Vendetta, tanto che i testi vincono il premio come elemento migliore di questo Laika, Sylvia, Jeanne E...Le Altre. Musicalmente invece si denota qualche scricchiolio: l'impressione è che unire influenze post-hardcore che esplodono fragorose nelle sonorità grezze di brani come “Misty Destroy”, strizzare l'occhio al pop con la title track in stile ballad e con la banale e prevedibile “Plastica Frigida” e mantenere dei punti di contatto col rock nostrano anni 90 alla Litfiba o Timoria come fanno “Mantide” e l'ariosa “Dell'Anima” finisca col rendere l'album vario ma mal amalgamato. A chiudere il quadro la voce di Emidio De Berardinis, ottima ma afflitta da quella che da qualche parte ho sentito definire “sindrome di Pelù”: i suoi vocalizzi sempre più inutilmente arzigogolati accompagnano un ascolto che sulle prime è interessante, poi comincia ad annoiare ed alla fine dà quasi fastidio, mano a mano che l'attenzione si sposta dalla musica alla voce. Iniziano bene, finiscono male, e la sufficienza che ne consegue lascia l'amaro in bocca.
Dopo un ep ed un full lenght editi fra il 2004 ed il 2008 ed un cambio di line up i Mama.In.Inca arrivano alla pubblicazione di questo Revoluzione, 5 tracce per confermare le impressioni positive lasciate negli addetti ai lavori. Impressioni che non fatico a condividere durante gli ascolti di questo ep, anche in mancanza di elementi con cui paragonare questi 5 pezzi al recente passato musicale della band: ciò che colpisce in particolare sono i testi, elaborati ed affascinanti, ben cantati da un Marco D'Amato che, in particolare in “Cinque Di Maggio”, fa rassomigliare la band ad una versione più muscolosa e ruvida dei Tiromancino. Convincono di più quando alternano atmosfere soffici e malinconiche a distorsioni esplosive come nella già citata “Cinque Di maggio” e nell'iniziale “Revolution”, mentre sanno di passaggio a vuoto i ritornelli scarichi di pathos di “L'Equilibrista” e l'esperimento minimal-acustico della conclusiva “Emma”: forse la necessità di dire troppo in pochi pezzi li ha fregati, ma sotto le sbavature è innegabile percepire la stoffa di chi può dare molto di più.
Sono sempre contento quando un album riesce a spiazzarmi, e i 2Pigeons ci sono riusciti. Chiara Castello e Kole Laca, i due membri del progetto, fanno musica elettronica ma talmente contaminata che l'etichetta è decisamente poco calzante. Non è forse vicino all'industrial l'iniziale “Completely Lost”? O non potrebbe tranquillamente provenire dalla colonna sonora di un film noir l'eccellente ed incalzante “Ghost Dog”, con la tromba a darle il degno finale? I nostri sperimentano tempi e suoni partendo da una base che ricorda i Massive Attack, divertendosi ad accelerare i bpm dopo cupe e quiete strofe nei ritornelli ad alto tasso d'assuefazione di “Hard Working Space” (coi violini a dare una mano, giusto per non farsi mancare niente) o a centrifugare il cervello dell'ascoltatore coi ritmi sincopati ed il cantato obliquo, nell'occasione maschile, di “9mm Parabellum”. Testi curiosi ed ospiti di rilievo (Roy Paci ed Enrico Gabrielli fra gli altri, ma alla voce meglio l'aggressivo Giovanni Gulino in “Teknowest” che l'opaco Pierpaolo Capovilla della canzone popolare albanese rivisitata “Turtulleshe”), non fosse per una tendenza al cupo che appesantisce a lungo andare l'ascolto e qualche episodio meno convincente (la fin troppo semplicistica “Reptile” su tutte) parleremmo di un album ancora più convincente di quanto non lo è già. L'Italia che ci piace, altro che la fiat panda.
C'è un po' di tutto nel disco d'esordio dei Wolfgang Shock, in particolare gli influssi cantautorali presenti in “Loop Day” e “Il Suonatore Di Ghironda” e l'alternative rock di matrice nineties con basso perennemente distorto di “Viola”, “Big Bang”, “Supermarket” e “Un Colossal”,con influenze divise equamente fra modelli internazionali e autoctoni (l'ultima del lotto mi ricorda notevolmente i Malfunk): c'è tempo anche per una personale digressione nel folk (“Dove Vivo”), per l'innesto dei fiati nella piacevole “Anomalie Monumentali” e per un finale ironicamente diviso fra aria d'opera e attitudine punk (“Tra Orchi E Serpenti”). Anime diverse e difficilmente compatibili, così come si associano male la vena umoristica di alcuni testi (uno dei punti di forza del disco, con “Al Lavoro” sugli scudi) con quella seria e socialmente impegnata della stucchevole “Il Suonatore Di Ghironda”: aggiungendoci una prova vocale rovinata da scelte poco felici in alcuni frangenti (il falsetto nella title track o lo smorzamento di volume nelle parti più distorte di “Big Bang”) viene fuori un quadro che rappresenta una band dalle indubbie potenzialità ma acerba nella scelta dei suoni (le distorsioni in particolare sono ben poco personali) e con pezzi troppo diversi fra loro per associarsi armoniosamente gli uni agli altri. Riuscissero a far coesistere il tutto in maniera naturale potremmo trovarci di fronte a qualcosa di veramente originale, da tenere d'occhio per il futuro.
Caroline And The Treats - Saturday Night Rock And Roll
Label:
House Of Rock Records
Da un disco che si chiama Saturday Night Rock And Roll cosa ci si può aspettare? Più o meno quello che si trova in questo album dei Caroline And The Treats, band svedese che propone riff hard rock stesi su un tappeto pop-punk: niente per cui strapparsi i capelli, ma se anche è vero che non tutti gli album devono essere per forza complicati come Lateralus dei Tool (primo disco preso a caso come esempio) saccheggiare senza il minimo criterio l'immaginario già di per sé povero di idee dell'hard rock (eccovi qualche titolo: “Rock And Roll Love Affair”, “Rock And Roll Boys”, “Let's Get Dirty”, “Baby, I'm The Best”. Ho reso l'idea dell'originalità?) e spalmarlo su canzoni povere di idee e quasi indistinguibili l'una dall'altra rende il disco piatto come una sogliola. E' divertente, scatenato, ma tenere acceso il cervello per ascoltarlo è totalmente opzionale. Ah, la frontman Caroline Andersen è una pornostar (o ex pornostar, non l'ho capito), così non potrete dire che sono il classico “giornalista” con la puzza sotto il naso che evita di dare certi particolari perchè “bisogna solo parlare di musica”.
I mostri sono facili da disegnare, meno facile è descrivere la musica dei Walking The Cow, band toscana che nelle 11 tracce di questo disco d'esordio propone un pop sperimentale ed avvolgente. La parola d'ordine è stupire, proponendo arrangiamenti mai banali e suoni particolari, sia quando la proposta è solare come nell'iniziale “Summer Dress”, che alterna in maniera efficace momenti parlati a momenti cantati come in un'ideale dialogo fra una bambina e la madre, sia quando la malinconia tinge di scuro le atmosfere (“Movin' Things” e la title track, una delle poche tracce che presenta una voce maschile al posto di quella soave di Michelle Davis). I difetti passano in secondo piano di fronte ad una capacità creativa di ottimo livello, capace di rendere assolutamente naturali inserti noise in canzoni tranquille, doppie e triple voci amalgamate alla perfezione ed inserti elettronici (“Jesus (Buy Some Porn)”, perfettamente equilibrata fra spirito folk e influssi di pop elettronico in cui pecca solo il cantato che nei ritornelli non riesce a seguire con la stessa enfasi un tappeto sonoro dal ritmo obliquo). E' vero che a volte si cade un po' nel ripetitivo, come ad esempio in “River P.” e “Barry”, ma la durata piuttosto breve delle tracce e la grande varietà di suoni e situazioni generale permette di passare sopra a questo difetto agevolmente: i mostri sono facili da disegnare, altrettanto facile consigliarvi l'ascolto.
Un ep “espanso” di 8 pezzi questo esordio dei Muleta, band già citatami da Giorgio Canali in un'intervista come una delle più interessanti fra quelle prodotte dall'ex CSI recentemente e che dimostra di aver assorbito in parte le idee musicali del proprio mentore, una musica più di “pancia” che di testa. E' innegabile però che il rock della band veneta, suddiviso fra sfoghi energici come l'iniziale “Carmine” ed “Invece No” e momenti tranquilli ben esemplificati da “La Nausea” e dalla conclusiva “Con I Vermi”, nel fare delle semplicità stilistica il suo vessillo non riesce a donare ai brani quella carica emotiva necessaria per mettere in secondo piano la piattezza di arrangiamenti piuttosto banali e in alcuni casi ripetitivi. Soprattutto nei lenti questo problema viene accentuato, e la già citata “Con I Vermi” ne fa le spese più delle altre a causa di un andamento senza scossoni che porta ben presto alla noia. Il punk tascabile dei Muleta agisce volutamente per sottrazione, ma mi sembra che a mancare siano anche le emozioni.
Non conoscevo i Ka Mate Ka Ora, e recensire un ep dei suddetti dove vengono ripresi brani vecchi rivisitati più una cover dei Pink Floyd non è forse il miglior modo di approcciarsi a loro: come capire le differenze coi brani originali, i cambi di stile? Non potendolo fare rimane solo da valutare questo disco per quello che è, e se è vero che la vena folk esplorata nelle acustiche “All Around” e “Vincent” non aggiunge nulla di nuovo al genere, sia con l'allegria della prima che con la pacatezza più rilassata della seconda, è altrettanto vero che le atmosfere lisergiche con delay bulimici della traccia d'apertura “Jasmine Lullaby” e la psichedelia western della pinkfloydiana “If”rappresentano invece capitoli musicali di tutto rispetto. Il vero colpo però i Ka Mate Ka Ora lo piazzano col bizzarro incrocio di basso fuzzato, piano e voce sussurrata di “Draw”, musica barocca ad alto tasso emozionale. Non ne conosco il passato, ma se il livello dei lavori precedenti della band è sulla falsariga di questo ep posso prevedere un futuro colmo di soddisfazioni: pur coi suoi difetti uno di quei dischi che arrivato alla fine ti fanno dire “ne voglio di più”.
In A Sleeping Mood è un duo formato da Donato Panaccio e Mauro Polito. Italianissimi dunque, almeno per anagrafe. Con un paio di altri dischi alle spalle, adesso pare se ne stiano a Londra. E ad ascoltare la musica che fanno e l’attitudine che manifestano non si fatica a comprenderne il motivo. “ Draft” è un disco che unisce gelido approccio ambient di matrice Aphex Twin a fulgido calore espressionista. Sette brani senza titolo, identificati da soli numeri che danno il quadro di un’opera cinematica e concettuale, perfettamente coerente nello sciorinare umori post, arpeggi estatici, elettronica minima e ambientale, pulsioni avanguardiste e purezza pianistica. Figli di una società post agricola ma ormai anche post industriale, gli In A Sleeping Mood musicano quella che pare un’apocalisse imminente e silenziosa . Affascinanti ed internazionali.