Uomo, over 40, sportivo, piacente, con passione per
la musica (in particolare per gli Suede) cerca pubblico
per i suoi spettacoli in Italia. Rispondete.
I ragazzi del collage hanno riscoperto i vecchi vinili di Fleetwood Mac e nella loro impudica fantasia tardo adolescenziale li hanno mischiati alla leggerezza dei Beach Boys. What a wonderful Rébelot! Direbbe un barbuto ascoltare post moderno sommerso da quinta late di gruppi senza identità. Cinque ragazzi di Toronto, partono dall’indiepop degli Shins per tingere di spensieratezza il loro suono. Eccoli al secondo disco di carriera, edito da Maple Music, “Speak of Trouble”. Undici ballate melodiose dense d’armonia ed evocative come un lenzuolo che profuma di domenica mattina “Honey blanket”. A capo chino dalla chiromante per conoscere il destino della folk music. I ragazzi del collage sanno d'aver preso una strada densa di grattacapi...ma se fischiettano poi…passa tutto!
Negli ultimi anni è fiorita una scena alternative-acustica che, dai Marta Sui Tubi in poi, ha saputo spesso attrarre l’attenzione di pubblico e critica. Ultimi figli della tendenza sono questi Il Pan Del Diavolo, attitudine punk adattata a mezzi e suoni folleggianti trasfigurati, con derive blues/psychobilly (“Pertanto” e “Lux Interior” in particolare). Scatenati e vitali si presentano con le urla grintose di “Farà Cadere Lei” e abbassano raramente il ritmo, anche se quando lo fanno escono pezzi notevoli come “Il Boom” e “Africa”, a volte andando fuori giri (“Bomba Nel Cuore” fa venire in mente “Dinamite” dei Tarm non solo per l’assonanza del titolo). Non hanno la schizofrenia dei Marta Sui Tubi, l’aria da cantori del malessere dei nostri giorni come Vasco Brondi, il loro lato blues non si avvicina alla sofferenza musicale di un Samuel Catarro ma divertono, e tanto. L’unico vero appunto: la voce di Pietro Alessandro Alosi, deus ex machina del progetto, a volte è fin troppo punk, e nei pezzi più tranquilli l’effetto non è dei migliori…
Eccoci al primo 45 giri di un nuovo gruppo garage italiano: Raw Rave Groove. Like a Virgin in a Chapel, è una ballad midtempo alla moda dei 60’s, un suono che verrà comodo associare alle atmosfere mantriche dei Coral, ma sarebbe molto più sensato gettarli nel calderone degli unknowns che hanno fatto leggendaria la musica di quarant’anni fa. Parlo di etichette come la Zundak, la Pyramid, etc… C’è una venatura di mistero nella musica di questi quattro ragazzi sardi, una ricerca di suono e un ottima registrazione che riesce a dare al gruppo quel qualcosa in più che gli permette di spiccare dai banalotti dischi garage revival che ci arrivano di continuo. Il basso di Ride è un martello psichedelico che torturerà la vostra insonnia con rara maestria. Attendiamo il disco d’esordio sulla lunga distanza.
Spencer Krug è uno di quelli iperattivi, di quelli che hanno difficoltà a stare con le mani in mano, e il più delle volte si trovano a fare musica non solo con tutto, ma anche con tutti. Il signo Krug, infatti, oltre ad essere la mente accreditata dei Wolf Parade ha lavorato anche con Swan Lake, e se siete stati ad uno dei concerti dei Sunset Rubdown, da poco passatiin italia, probabilmente lo avrete visto sul palco insieme alla band di Montreal. Adesso ci regala il suo secondo lavoro, anticipato da questo EP che dura come un classico EP, ma ha un solo pezzo. Dreamland EP, edito dalla Jagjaguwar, contiene infatti la lunga suite dal titolo esplicativo “Marimba and Shit-Drums“ un brano ipnotico e concentrico, che da un lato ricorda le ultime produzioni di Animal Colelctive, dall’altro rapisce con quella voce profonda un po’ alla Interpol. La Marimba in questione la fa da padrone, cominciando subito e arrivando fino alla fine dei venti e passa minuti del brano. Certo, non è uno di quei pezzi che ti metti in macchia mentre vai al lavoro, richiede quel giusto mood e quella concentrazione senza le quali si esce matti dopo 2 minuti. Ma con il giusto spirito e un po’ di concentrazione potrete trovarvi in una spirale psichedelica dai gusti…. “caraibici” (c’è poco da fare: Marimba=Carabi, non si sfugge…)
Francesco Sciarrone
Sito
web:
Mp3:
Fucksia - Photophobie
Label:
Muertepop Records
Eccoci all'album solista di Luca Marino, chitarrista degli El-Ghor. Eccoci dinanzi ad un contenitore di suoni meravigliosamente sottile, denso, accarezzante ed intrigante. Sette piccole perle musicali da ascoltare e custodire con cura, da assaporare all'ombra di un cipresso su verdi colline, da gustare davanti ad un mare calmo e tremendamente blu, da vivere nel mezzo di una piazza silenziosa. Un album dove suoni malinconici si accompagnano a tendenze crude e dirette, dove l'abilità di Luca nel mischiare sonorità pulite con tratti “disturbati”(splendidi tocchi che rimandano alla scena rave britannica, in modo ovviamente più soffice) è rilevante e fa capire il talento dell'artista campano. Melodie che richiamano indubbiamente a venti nordici, Sigur Ros soprattutto, rendendo l'intero lavoro un susseguirsi di emozioni e voglia di non staccare più i lobi dal sound, arrivando a focalizzare l'obiettivo che il compositore si pone, ovvero l'unicità di un particolare suono. Un album sperimentale che può davvero far volare alto un artista che nulla ha da invidiare a certi colossi stranieri della scena elettronica.
Matteo Visentin
Verner - Il mio vestito
Label:
La pupilla
Obbiettivamente non amo questa musica. L’eccessivo lirismo di un certo tipo di cantautorato mi stanca e provoca in me lo stesso interesse del sapere quante ragazze si è portato a letto il Papi. Ma questa volta devo ricredermi. Una volta superato lo scontro con testi eccessivamente autoreferenziali e leggermente egocentrici, finalmente riesco a scindere la musica dalle parole e...sorpresa! La musica che riesce a creare Verner è qualcosa di estremamente inaspettato. Talvolta risulta essere un delicato tappeto di note dai colori tenui che accompagnano le parole, altre volte invece la musica prevale, esce dai confini, ma senza strafare. Nulla è eccessivo in queste musiche. Mai troppo pesanti e mai troppo stucchevoli, ti accompagnano dolcemente dall’inizio alla fine. Forse in fondo anche la critica ai testi è troppo soggettiva, dettata più da un gusto personale che da un gusto estetico. O forse no. Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto io continuo ad ascoltare “Il mio vestito” e consiglio l’ascolto anche a voi
Paolo Campagnoli
Jet Set Roger - The great lost Glam Rock Album
Label:
Kandinsky records
Un mini cd che ha poco da dire quello del cantautore bresciano Jet Set Roger,vissuto e influenzato dalla londra di qualche anno fa. Pop rock di stampo classico, testi in italiano che non rendono molto su questo genere abbastanza tendente al glam, le canzoni passano senza lasciare mai il segno.
Probabilmente Jet Set Roger avrebbe avuto molto più successo nella Londra del 1970, ma nell’Italia a cavallo tra il 2009 e il 2010 questo prodotto sembra essere più anacronistico che ballabile.
Cinque pezzi per gli Altica, usciti per Kandinsky records con un EP che raffigura perfettamente questa realtà e le loro influenze. Un buon disco rock (lo avremmo chiamato alternativo se fossimo stati nel 1992) che suona un po’ obsoleto con le tendenze odierne, ma decisamente gradevole ed ascoltabile. Gli altica si posizionano a livello sonoro tra i primi Marlene Kuntz (“NY cabs”, “Dik” e “E’ solo polvere" ricordano tantissimo la band di Cuneo soprattutto nel cantato) e i Verdena, anche se decisamente a livelli inferiori rispetto a questi ultimi, fosse solo per una questione temporale. Dategli una chance, al massimo se non vi piacciono vi ascoltate altro, no?
Questo “You talk too much to me” mi ha distrutto moralmente. Pensavo di aver superato il periodo dei dischi indie-rock anglosassoni che ora mi arriva questa mazzata dalla puglia. Avevo già recensito i Two left shoes per questa rubrica e sinceramente speravo di vedere con il passare del tempo non dico una rivoluzione, ma qualche variante sul tema del brit rock. Speranza risultata vana. Non c’è molto da dire su “You talk too much to me”, non per cattiveria, ma perché dovrei ripetere l’ennesima recensione su un gruppo che ha ereditato tutte le influenze d’oltremanica in voga da qualche anno a questa parte. Vi piacciono Strokes e Arctic Monkeys? Vi divertirete con i Two left shoes. Non vi piacciono? Fate come me e guardatevi Sexy bar in tv.
Ammetto che la curiosità per questo album di “Bologna violenta” (sottotitolo: “dramma in XXIII atti sulla sorte del mondo e sul declino del genere umano”) era tanta, essendo stato per anni assiduo frequentatore di MySpace ed avendolo visto amico di qualsiasi utente del social network. Nicola Manzan è un polistrumentista che ha collaborato con Baustelle, Offlaga Disco Pax, Teatro degli Orrori, fino a Ligabue (scusate se è poco) e con questo album da “one man band” dimostra di essere, oltre che un artista a tutto tondo, completamente pazzo. “Il nuovissimo mondo” non è un disco, è una follia sonora, ricca di campionamenti e di orrori umani su una base fatta da synth impazziti e spinti a mille all’ora, con una vena grindcore devastante. Un perfetto album da “Bar la muerte” appunto. Bologna Violenta racconta in ventitre brevissimi atti l’emorragia culturale di questo mondo, dove tra una mitragliata elettrica e l’altra compaiono i deliri di un mondo molto più perverso dell’immaginato tramite frasi ad effetto ma assolutamente possibili (e credo anche reali). Cosa dire di più, se siete pazzi questo è il vostro disco. Ideale per il manicomio ma assolutamente da ascoltare. Ora vado a riposarmi, l’ascolto di “Il nuovissimo mondo” mi ha spossato.