Gran bel momento per il jazz. Ha compiuto i suoi primi cento anni nel 2017, eppure continua a sfornare proposte innovative. Szun Waves è l’ultima aggiunta a una schiera di musicisti che stanno rinnovando il genere senza timore di uscire dagli schemi. La punta di spicco di quella che potremmo quasi definire una new wave del jazz è Kamasi Washington – il sassofonista che sta riportando il jazz tra il grande pubblico a suono di uscite “epiche” e collaborazioni eccellenti (suo il sax in To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar). Ma anche Londra, con le sue contaminazioni tra popoli e culture, è in pieno fermento (si ascolti per farsi un’idea l’ottima raccolta “We Out Here” della Bronswood Recordings).

E proprio a Londra sono attivi i Szun Waves, trio con il debole per le sperimentazioni, nato dalla collaborazione tra il producer Luke Abbott ai synth, il sassofonista dei Portico Quartet, Jack Willie, e il batterista Laurence Pike.

Le coordinate musicali (rese esplicite fin dal titolo “New Hymn to Freedom”) sono quelle comuni a gran parte di questa new wave del jazz: un’impronta spiccatamente free, cosmica, spirituale. Se le basi sono “comuni”, il prodotto invece è tutto fuorché ordinario. I Szun Waves non hanno paura di osare e con questo album confezionano sei improvvisazioni, registrate live, senza post-produzione o sovra-incisioni.

Le canzoni si sviluppano lentamente e catturano appieno la magia di una jam session. Synth, sax e batteria dialogano equilibratamente, senza che nessuno strumento prevalga con prepotenza. Ogni canzone parte da una linea essenziale, semplice – ma è affascinante seguire il filo dell’improvvisazione intessuto dai Szun Waves e farsi trascinare verso l’inevitabile crescendo di intensità e pathos.

Rispetto ad altri album chiave di questo revival cosmic jazz degli anni duemila (si prendano, ad esempio, “The Epic” del già citato Kamasi Washington oppure “Channel the Spirit” del sassofonista virtuoso Shabaka Hutchings e i suoi The Comet is Coming), “New Hymn to Freedom” è senza dubbio più pacato, intimo e, al tempo stesso, complesso.

Canzoni come Constellation o Fall Into Water conducono l’ascoltatore in un viaggio che passa, senza soluzione di continuità, dalla contemplazione delle stelle all’analisi dell’universo interiore. High Szun porta in territori world, vicini al miglior James Holden. Temple ammalia con la sua melodia ipnotica che amalgama sax, batteria e synth. Moon Runes cambia nuovamente le carte in tavola con sonorità kraut-rock. In chiusura, la title track, è una sintesi perfetta dell’album – partenza sommessa, quasi sussurrata, che lentamente arriva a una deflagrazione free jazz.

Senza dubbio non si tratta di un album jazz da mettere come sottofondo in una sala d’attesa. Come tutte le sperimentazioni, “New Hymn to Freedom” richiede all’ascoltatore una certa dose di impegno e attenzione. Ma il costo del biglietto viene ampiamente ripagato. Questa sera fatevi un regalo – dedicate 44 minuti ad ascoltare questo piccolo gioiello. Arrivati alla fine della giostra avrete voglia di tornare all’inizio.

Ugo Taddei