unòrsominòre. – Una valle che brucia / Analisi logica EP: Recensione

La copertina di “Una valle che brucia”

Emiliano Merlin, ovvero unòrsominòre. è una di quelle persone perennemente incazzate. Quando leggi la sua biografia capisci subito che è anche una di quelle persone che ti fanno chiedere: «Ma come fa la gente a fare tutte queste cose?». Noi lo conosciamo come musicista: scrive le musiche, i testi e gli arrangiamenti delle sue canzoni e, oltre a cantare, suona pure buona parte degli strumenti che sentiamo nei suoi album (chitarre, bassi, sintetizzatori, pianoforti, percussioni). Ma Emiliano è contemporaneamente ricercatore in Astronomia, vegano, antispecista e sostenitore dei diritti degli animali: è una persona seria e non gli dispiace esserlo, anzi.

Dopo cinque anni di silenzio, torna con un album, “Una valle che brucia”, e un ep, “Analisi logica”. Coerentemente con il suo essere “anti”, questa doppietta non è preceduta da nulla: niente video, niente annunci, niente di tutto quel fastidioso hype. In questi due lavori troviamo una novità e una costante. La novità è un mood più minimalista rispetto a quello di “La vita agra”: ci sono più suoni sintetici e meno chitarre, la batteria è più sorda, il piano più essenziale. La costante sono le parole: tante e arrabbiate, con citazioni colte sparse.

La copertina di “Analisi logica”

Ancora una volta, unòrsominòre. denuncia una realtà che conosciamo bene: un mondo farcito di ipocrisia e di ingiustizia, popolato da una società malata e acritica, da gente che non fa altro che cazzeggiare e blablabla. Il suo odio è – per così dire – sintetizzato in O tempora. Gli fanno schifo tutti: i gruppetti indie che suonano all’idroscalo e quelli che stanno lì ad ascoltarli, i politici italiani e i giornalisti, quelli che non sanno argomentare, quelli che si fanno fotografare e quelli che mangiano le salsicce. Otto minuti in cui elenca una serie di persone che comunque – che novità – odiamo anche noi, e pure tanto.

Forse unòrsominòre. vorrebbe aprirci gli occhi? Beh, ma noi ce li abbiamo già aperti. Per questo “Una valle che brucia” e “Analisi logica” risultano in fin dei conti due lavori sicuramente retorici e piuttosto noiosi: unòrsominòre. vomita una rabbia sterile e finisce per trasformarsi, suo malgrado, in un predicatore che stanca quanto un prete la domenica. Personalmente, preferisco aggrapparmi a Dostoevskij e sperare che sarà la bellezza a salvare il mondo.

Laura Musumarra

Stu Larsen – Resolute: Recensione

Avete mai fantasticato su una persona osservandola di spalle? Così, mentre la vedete passeggiare in lontananza? Bene. C’è un’immagine di Stu Larsen che si presta perfettamente a questo banale esercizio. È una fotografia che lo stesso cantautore ha pubblicato su Facebook poche settimane fa. Lui si intravede soltanto di profilo. Attraversa un piccolo corso d’acqua lungo un tronco d’albero sospeso fra due rocce. I capelli lunghi biondi sbucano dal solito cappellino e cascano in avanti come le orecchie di un cocker. Dove sta andando questo benedetto uomo? A cosa sta pensando?

La risposta è nei dieci brani che compongono “Resolute”, il secondo LP del cantastorie australiano. Un disco sul viaggio, in sostanza. Ma di dischi sul viaggio ce ne sono a bizzeffe. “Highway 61 Revisited” di Dylan, “Graceland” di Paul Simon, per citare gli impareggiabili. Quello di Stu Larsen, però, fa reparto da solo. È un viaggio diverso, per certi versi più complicato e intimo. Non è un affresco, ma pura esperienza. L’esperienza di un uomo nato 37 anni fa nella piccola cittadina di Dalby, a tre ore di macchina da Brisbane. Cresciuto nel verde, negli spazi aperti, dove la massima espressione di civiltà è la pompa di benzina appena fuori dal centro, questo moderno folk singer con l’aria da pastore non ha mai rinnegato le proprie radici.

Oggi vive da nomade, un ruolo al quale tiene molto (“Vagabond” è il titolo del suo primo disco). Lo puoi trovare in Spagna o in Giappone, seduto in un caffè ad Amsterdam o sdraiato su un prato in Scozia. Fa lo stesso. Se lo osservi da dietro, l’idea non cambia. Nell’immagine che Stu Larsen riflette di sé, ciò che conta è la proiezione e non la meta. Un mondo lontano dagli occhi e vicino al cuore, in cui al minimo rumore si voltano tutti a guardarti.

E quanto rumore deve aver fatto il giovane Stu quando a 14 anni, un pomeriggio qualunque, ricevette in dono dalla madre la sua prima chitarra? Da allora non l’ha mai abbandonata. Anzi, ci si è fidanzato. Chicago Song, il primo singolo estratto, è solo in apparenza una canzone d’amore per una donna. In realtà è una splendida ballata di folk bucolico, sullo stile del maestro Willie Nelson, dedicata alla sei corde. La chitarra come una “ragazza”, una “partner in crime”, con cui lasciarsi cullare da qualche parte nell’universo, non importa dove (We were dancing in the street / It didn’t matter where we were / As long as we were together / We could always feel the beat).

Un concetto, quest’ultimo, che torna in I Will Be Happy and Hopefully You Will Be Too, uno dei brani più teneri e significativi dell’intero album. Questa volta, però, le parole di Larsen sono rivolte a una ragazza in carne ed ossa. Perché la condivisione è tutto, se a cantare con te una canzonetta da nulla è la persona che un giorno, senza preavviso, hai iniziato ad amare per il suo sorriso (I wanna do karaoke / And hear you sing a song or two / It doesn’t really matter if you can’t stay in tune / As long as I’m with you).

La copertina del disco

Le radici, dicevamo. A 23 anni Stu Larsen sembra sul punto di perderle. Si trasferisce a Toowoomba, dove inizia a esibirsi da solo vincendo un contest. La vittoria gli dà il coraggio di autoprodursi. Nel 2013 registra un EP con l’armonicista giapponese Natsuki Kurai e l’anno successivo pubblica il suo esordio su lunga durata. Per l’occasione si avvale della collaborazione dall’amico Passenger, al secolo Mike Rosenberg, stella dell’indie-folk inglese. È l’inizio dell’ascesa, l’inizio del viaggio. Nel cuore, però, c’è sempre l’Australia, il suo passato da commesso in un negozio di alimentari e poi da impiegato in una banca. Going Back to Bowenville, quinta traccia di “Resolute”, racconta infatti di un ritorno alle origini. Bowenville è un paesino di 300 anime a pochi chilometri da Dalby. È qui che il piccolo Stu scorrazzava solitario tra la ferrovia e il pratone della riserva. Un bambino timido ma risoluto. Adulto prima del tempo.

Ascoltate anche What If e Far From Me. Ascoltate tutto il disco. Poi provate a riguardare quella fotografia e fantasticate di nuovo. L’effetto di attribuzione, alla fine dell’album, ha una forza dirompente. L’idea che ci facciamo di Stu Larsen, il nostro disperato tentativo di spiegare causa ed effetto del suo lento incedere sulle acque di quel fiume, si riassume in By the River, l’ideale catarsi di “Resolute”. Scritta in perfetta solitudine, il lento fluire dell’acqua a far da pacere nell’eterno scontro fra l’alba e il tramonto, la vita e la morte. Adesso la fotografia, come la musica, sembra rivelare la propria essenza. Non c’è un luogo in cui andare, non c’è un percorso da compiere. Il viaggio di questo benedetto uomo sta tutto in un passo. In quella gamba che da sotto i bermuda blu lo spinge in avanti verso il bosco fitto fitto.

Paolo Ferrari

Liars – TCFC: Recensione

liarsI Liars sono una delle band del nuovo millennio dal percorso più affascinante e strano. Partiti con il punk-dance dell’esordio “They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top”, interessatisi all’occultismo stregonesco in “They Were Wrong, So We Drowned”, virati al minimalismo ritmico di “Drum’s Not Dead”, conosciuta l’anormale normalità di lavori come l’album omonimo e il successivo “Sisterworld”, hanno raggiunto infine una decisa svolta elettronica con “WIXIW” e “Mess”. Poi, a partire dal 2014, il dissanguamento che ha lasciato solo il leader Angus Andrew, abbandonato dai compagni di band Julian Gross ed Aaron Hamphill, ha portato alla nascita di questo “TCFC”, album dall’orrenda copertina (raffigurante un solitario Andrew in abito da nozze, quelle finite con i compagni di band) e dall’animo intimista.

Undici canzoni in cui il cantante australiano, tornato in patria dopo averla abbandonata a inizio carriera per il fascino di metropoli come New York, Berlino e Los Angeles, scava in se stesso e lo fa utilizzando un’originale chiave elettronico-acustica. Umori alla Nick Cave ultimo periodo (Ripe Ripe Rot), nenie alla Radiohead d’inizio millennio (Face To Face With My Face), ballate degne del miglior Matt Elliott (l’apripista The Grand Delusional), bordate sintetiche (Coins in My Caged Fist), ma anche uno dei brani più squisitamente pop dell’intera carriera del nostro (No Tree No Branch), ci portano fino alla conclusione della strumentale Crying Fountain, canzone dall’atmosfera onomatopeica (sembra veramente di sentir singhiozzare l’acqua d’una fontana) e svelatrice dell’acronimo dell’intero album (“Theme from Cryng Fountain”, appunto).

Andrea Manenti

Jake Bugg – Hearts that Strain: Recensione

Un piovoso pomeriggio di settembre ho deciso di trascorrere il tempo in compagnia del nuovo album di Jake Bugg. A soli 23 anni questo ragazzo ha già quattro album alle spalle, un tour con Noel Gallagher’s High Flying Birds nel 2012, ha calcato i palchi di Glastonbury e Reading ed è stato nominato ai brit awards come migliore rivelazione nel 2013. Dunque nutrivo molta curiosità e high hopes, come dicono gli anglosassoni, nei confronti del suo ultimo lavoro.

Il titolo, “Cuori strappati”, lascia presagire che Jake abbia fatto i conti con qualche pena d’amore. Infatti il disco si rivela subito un susseguirsi di ballate romantiche e malinconiche. La prima traccia, How Soon The Dawn, inizia soffice come l’alba del titolo. È permeata da atmosfere à la Nick Drake, perché questo ragazzo è cresciuto a pane e grandi cantautori, britannici e non. Merito di Jake è sicuramente quello di continuare la tradizione sulla scia di Beatles, Bob Dylan, Donovan, Paul Weller, Noel Gallagher, tra le sue maggiori fonti di ispirazione.

L’influenza di Nashville, location delle registrazioni, si sente forte e chiara così come il contributo di Dan Auerbach alla chitarra. Non a caso le atmosfere della seconda traccia, Southern Rain, hanno il sapore dei paesaggi del Tennessee al tramonto. Nel ritornello della terza traccia, In the Event Of My Demise, si fanno strada sonorità vagamente psichdeliche che ricordano i Beatles del 1967 e persino i primi Temples, per non andare troppo indietro nel tempo.

L’illusione di qualcosa di diverso finisce presto e lascia spazio a Waiting, la ballatona country strappalacrime del disco. Jake duetta con Noah Cyrus (sorella della più nota Miley), il cui timbro di voce ricorda Dolly Parton. Il risultato è a dir poco melenso e suona come una rivisitazione moderna dei duetti Johnny Cash-June Carter. “I’ll be waiting”, canta il ritornello. Io aspetto ancora la svolta in questo album e continuo con l’ascolto.

The Man on Stage è orchestrale e troppo pomposa. Mi ritrovo a rimpiangere i riff più grezzi, ma decisamente accattivanti del primo album omonimo. Se è arrivato al primo posto della classifica inglese un motivo ci sarà: era schietto e diretto. Segue la traccia che dà il titolo all’album, caratterizzata da sonorità molto cupe che ci portano in viaggio sulle highway americane come quella in copertina.

Finalmente un po’ di brio arriva con Burn Alone. Dalle sonorità rockabilly ad opera di Dan Auerbach, è il brano più movimento dell’album. Non posso far a meno di notare la somiglianza stilistica con Shine On Me, singolo pubblicato solo pochi mesi fa dallo stesso Auerbach.

Senza dubbio “Hearts that Strain” è un album più maturo dei precedenti. Nel complesso però suona piuttosto monotono e privo di picchi di entusiasmo. È un buon disco indie folk come ce ne sono altre centinaia in giro. Forse la strada americana non ha giovato alla coerenza di Jake. Ho aspettato fino all’ultima traccia un segnale di vita da parte di quel diciottenne di Nottingham che solo cinque anni fa mi aveva folgorata con “Two Fingers” e “Lightning Bolt”. Mi chiedo dove sia finita la grinta del ragazzo di provincia che con il giusto mix di rabbia e spensieratezza cantava la sua realtà. Dov’è finito il rock’n’roll?

Oriana Spadaro

Selton – Manifesto Tropicale: Recensione

Dimenticatevi i synth e l’elettro-pop che vanno di moda oggi. Scordatevi gli Ex-Otago e Lo Stato Sociale. Cercate di cancellare dalla vostra memoria Riccione e tutti gli altri tormentoni estivi che hanno infestato le vostre ferie.

Settembre è arrivato, voi avete ricominciato a lavorare e all’orizzonte si scorge l’autunno. Le granite e le granate sono solo un brutto ricordo, si spera. Fermi, non fatevi prendere dal panico, non tutti i mali vengono per nuocere. È vero che ritornare alla propria routine è faticoso e complicato, ma è anche vero che possiamo finalmente liberare le nostre orecchie dall’ormai annoso tormento del reggaeton, crudelmente inflitto dai perfidi deejay delle radio nazionali.

E poi ci sono i Selton, che pubblicano un nuovo album per aiutarvi trasformare la vostra ansia da ufficio in dolceamara malinconia, a sublimare il vostro panico da rientro in città in sognante saudade. “Manifesto Tropicale”, oltre a citare un saggio brasiliano del 1928, è anche un intento programmatico. Oswald De Andrade nel suo manifesto antropofago sosteneva che il modernismo brasiliano cannibalizzasse le altre culture per creare qualcosa di nuovo. Così i Selton hanno assorbito e fatto propri modi vivere e stili musicali differenti per restituirci qualcosa di originale e totalmente loro.

Dieci pezzi che escono dai reiterati canoni della canzonetta alternativa italiana (loro stessi nel pezzo Tupi or not Tupi si chiedono se “sono indio o son indi”) rimanendo comunque in un ambito squisitamente pop. La forma è quella codificata dai Beatles oltre 40 anni fa con strofa – ritornello – bridge – ritornello, nulla di innovativo per carità. Ciò che invece attira l’attenzione è la ricercatezza nei suoni e negli arrangiamenti, coniugata a dei testi ben scritti e leggeri-ma-non-troppo.

Si sente l’aiuto di personaggi di spessore come Dente nella scrittura, Enrico Gabrielli come polistrumentista e Tommaso Colliva dietro il mixer.
Tinte pastello, emozioni al rallentatore e l’amore per i particolari tipicamente brasiliani si innestano nella frenetica vita modaiola che giorno e notte corre attorno al centro di Milano lungo la circonvallazione esterna. Partendo da Piazzale Loreto alle 08.00 del mattino e tornandoci alle 03.00 del mattino successivo.

Divertenti ritmi carioca aiutano a troncare rapporti amorosi ambigui, italiano, portoghese ed inglese vengono utilizzati indistintamente nemmeno fossero un’unica lingua, ballate elettriche e ballate acustiche si alternano una dopo l’altra rendendo meno faticosi i pigri risvegli delle domeniche di settembre. Un miscuglio fresco e ben assortito proprio come un succo tropicale. Tropicale come il manifesto, dopotutto.

Lesterio Scoppi