flow state cover

Tash Sultana se ne è uscita con questo nuovo album che si chiama “Flow State”. Che poi in realtà lei si chiama Natasha. Natasha Sultana. Ma faceva troppo Hanna Montana, e quindi meglio Tash, un nome che ti fa pensare a una ragazza esotica tipo M.I.A. quando invece Tash Sultana assomiglia alla cugina sportivona di Cara Delavigne, che già è parecchio sportivona di suo.

“Flow State” ha una bella cover chiaramente disegnata da qualcuno che l’LSD lo mischia la mattina col Nesquik. L’album parte bene col suo intro, Seed, che è un pezzo dolce, tranquillo, adatto alle mattine, alle ripartenze, una cosa che sta bene sul dopo sbornia. Ma il mood mattutino soft dura poco, perché a metà del pezzo successivo, Big Smoke, parte improvviso un climax strumentale epico, che pare di stare in un film di Quentin Tarantino.

Risulta subito chiaro che a Tash Sultana a volte le si chiude la vena e le partono delle schitarrate pazzesche che si fanno apprezzare parecchio. Assoli e schitarrate a parte, il resto dell’album è tutta musica vagamente gradevole, ma nulla di più: un po’ soul, un po’ fine anni ’90, un po’ andiamo a lezione di yoga, un po’ mettici un sound mezzo indiano tra una chitarra elettrica e l’altra, che tanto tutto fa brodo.

Sound indiano hai detto? Eh sì, perché Tash Sultana te lo fa di continuo sto scherzo: alterna un pop vagamente rockettino a dei pezzi un po’ tropicali, roba da giungla a picco sul mare del Borneo. Nel calderone di “Flow State” si distingue Seven: un pezzo che consiglio di ascoltare anche se di questo disco non ve ne può fregare una ceppa. Oh, intendiamoci, in Seven lei manco canta, però è un pezzo per cui vale la pena spendere qualche minuto della vostra incasinatissima giornata.

Poi ci sono anche i momenti in cui Tash Sultana si lamenta, tipo Pink Moon, dove passa il tempo a ululare. Giuro, ulula. E a meno che non siate in odor di suicidio per il vostro amore perduto o strafatti di mescalina, questo pezzo fate finta che non esista. Passate subito all’atmosfera da bistrot francese di Mellow Marmelade, che potete ascoltare senza gravi effetti collaterali, così come Harvest Love e le altre. Tutte insieme fanno un bel sottofondo musicale, ma da tenere sempre a un volume non troppo alto, perché Tash Sultana continua a ululare, seppur con voce graziosa e armoniosa, per tutta una serie di gioie e dolori randomizzati. E raggiunge picchi così alti che i tuoi vicini potrebbero venire a bussare facendoti i complimenti per come soddisfi la tua ragazza, però ora anche basta che hanno il bimbo che dorme.

E “Flow State” va avanti più o meno tutto così, salvo poi stupirti con Black Bird e un chitarrino acustico che sta tra la Spagna desolata di Don Chisciotte e qualche gola arsa dal sole del vecchio west. Un sound completamente diverso da tutto il resto del disco e che, con la sua progressiva intensità, presuppone che debba accadere qualcosa da un momento all’altro. Anche se poi non accade nulla in particolare.

E dura 9 minuti.

9 minuti di senso di attesa per qualcosa che poi non arriva.

Bello, ma non ci vivrei.

Alla fine tutto si calma e arriva al suo compimento con Outro, l’ultimo pezzo che, solo a tratti, sembra una colonna sonora per uno di quei quadri di De Chirico con le piazze vuote e astratte.

Cosa vogliamo dire di “Flow State”? Nel complesso è un disco caruccio. Non memorabile, ma piacevole, con alcuni gran pezzi e altri che stanno lì a fare quantità, tipo il purè di patate che piazzi dovunque per far sembrare i piatti più abbondanti.

Grazie Tash Sultana: a tratti mi hai fatto volare, e a tratti hai svegliato il figlio dei vicini, che però ora pensano che io abbia fatto uno stage da Rocco Siffredi. Grazie ancora. Ci vediamo da qualche parte in Australia da te a ululare al cielo con tre gin lemon in corpo.

Marco Improta