Indie-rock ed emo hanno in Washington DC, si sa, uno dei luoghi che hanno forgiato il genere. E da lì viene il veterano Ted Leo, con una raccolta che esemplifica pregi e difetti di quel suono: varietà del canzoniere, in questo caso arrangiato con sapienza artigianale, riscoperta moderata delle radici black e 60’s americane, ma una certa freddezza e legnosità finale.

Il rock di Ted Leo, in altre parole, è molto cerebrale ma non è in grado di fare il salto nella metafisica. Allo stesso tempo è incapace di buttarci dentro la carnalità mancante con dosi da cavallo di calore e sudore. Rock da arena, power pop, ballate accompagnate dal piano, folk rock. Aurea mediocritas? Sincero rock popolano? Il confine qui è labile, e infondo interessa poco. Quel che conta è che se cercate sorprese qui ne troverete poche, se cercate cuore invece ci siamo.

Musica senza tempo e senza infamia, quanta lode riconoscergli lo decida l’ascoltatore. In ogni caso musica ferma ai primi anni 90, un disco proto grunge fuori tempo massimo, se vogliamo accanirci sul tasso di novità e originalità della proposta. Confidenziale ma non deprimente, grintoso ma non rabbioso, con le sue partiture eteree, questa proposta a me pare innovativa come certi film americani per la tv, di quelli ambientati nella provincia. Ma ad essere sincero “The Hanged Man” non è così inferiore come valore alla musica di Dave Grohl, quindi se quest’ultimo passa come santo salvatore del rock, non vedo perché non dare una chance anche all’autore di questa raccolta.

Alessandro Scotti