Il primo ruggito dopo un silenzio che non si interrompeva da tre anni è stato Severed, il singolo uscito direttamente dagli anni ’80 che precedeva l’album della svolta dei Decemberists. Una svolta che lascia comunque l’amaro in bocca.

Per tutti coloro che si aspettavano qualcosa che fosse degno di nota e hanno preso in mano “I’ll Be Your Girl”, il primo approccio avviene con una ballata in cui la chitarra acustica batte una melodia folk, per il quale non hanno bisogno di presentazioni. Con il nono album all’attivo, la band di Colin Meloy gioca la carta del reinventarsi una strada da percorrere, scegliendo come fautore dei suoni John Congleton (collaboratore, in passato, di St. Vincent, Cloud Nothings, Alvvays e Suuns), che dà uno scossone elettronico al loro lavoro.

Le canzoni che compongono l’album, però, non convincono fino in fondo. La veste inedita sembra non avere dei punti fermi decisivi in comune. È piuttosto il risultato di un lavoro a cui manca il quid per far scoccare la scintilla. Sono più di uno i brani che non partono mai realmente (Your Ghost, molto delicata, dà l’impressione di non esprimere il reale potenziale). In altri momenti, agli amanti dei primi Decemberists mancheranno, fino quasi a rimpiangerli, i lavori ben più riconoscibili degli esordi.

I generi che vengono buttati e rimescolati in questo calderone sono a volte addirittura in conflitto tra loro (Rusalka, Rusalka/The Wild Rushes incarna in più di 8 minuti un’epica senza precedenti, che accostata ad altri pezzi ha molto poco con cui spartire, suscitando sensazioni totalmente contrarie). Startwatcher e poi Everything is Awful sono l’eco del passato, reminiscenza che non può in nessun modo mancare. I contrasti poi sono piuttosto spinti se si pensa alle sonorità decisamente catchy di We All Die Young.

Le undici tracce non rimangono impresse nella memoria a dovere, tuttavia non è un lavoro da buttare. Tripping Alone mantiene il buon gusto del gruppo statunitense e si rivela come uno dei pezzi migliori di “I’ll Be Your Girl”, un disco che non riesce ad aggiungere niente (o poco) a una carriera come quella dei Decemberists.

Intraprendere scelte stilistiche più o meno innovative, con una sterzata più elettronica sugli arrangiamenti, per esempio, non produce l’effetto sperato almeno in questo caso, piuttosto rischia di confondere e lasciare gli ascoltatori con una lunga matassa di generi da sbrogliare. Gli aficionados delle radici folk potranno skippare senza troppi rimpianti l’ultimo lavoro della band di Meloy.

Caterina Gritti