Viviamo in un’epoca di profonda insicurezza, con tutto quello che capita, poi, non c’è da stare per nulla tranquilli: provate ad arrivare alla fatidica crisi di mezz’età e ditemi se è così semplice guardarsi indietro e dirsi compiuti, felici, appagati.

“Certainty Waves” è il settimo disco dei Dodos; un’opera funzionale al superamento dei dilemmi che angustiano, facendone uno dei tipi umani più teatralmente drammatici e affascinanti insieme, il “rassegnato” quarantenne, volendo rimanere sadicamente all’immediata pubblicistica odierna. Se proprio si deve compiere quello sforzo di analisi, auto o etero che sia, allora perché non scomodare l’indagine di Geoff Dyer sulle tracce di Thelonius Monk: sì, il jazzista sognatore che, povero, aveva anche lui una cosa dentro molto fragile, al punto da limitare al minimo i movimenti per evitare di turbarla.

Caspita che suggestione; perché anche SW3 e IF, due canzoni straordinariamente compatte fino al monolite, implodono di continuo stando ben attente a non rompersi, preoccupate di mandare tutto soavemente a gambe all’aria, perché poi non si sa mai quel che si cela oltre le classicissime strade in discesa di San Francisco, teatro dei nostri due sognatori, Meric Long e Logan Kroeber.

Ma suggestione per suggestione, continuiamo pure a farci del male con le nostre lenti e guardare cos’è mai questo disco, tutto cesellato e puntuto; forse, anche qui, la risposta che Monk diede a quel tale aiuta più di qualunque serioso tractatus.

Ebbene, come si stava nella sua testa, nelle profondità del cantiere di un genio, e rovesciando la domanda, come si starà nella testa del duo di San Francisco: Monk si tolse gli occhiali e li girò dall’altra parte, tenendoli all’altezza degli occhi, come se fossero quelli di un ottico intento a scrutare le sue pupille. “Prova a guardare”. E quel tale infilò la testa fra le stanghette e studiò i suoi occhi. Tristezza, vivide macchioline di chissà che. “Vedi niente?” “No”. “Merda. Ah, ah”.

Dunque, se c’è un qualche sugo della storia da dover acciuffare è proprio che a nulla è valso questo lavoro se non è riuscito minimamente a colmare il senso di vuoto e smarrimento che tutti, chi prima chi poi, ha provato o proverà.

L’incedere di Excess, con la batteria senza respiro, il duellare incrociato delle voci, non accetta supinamente di ritrarsi e men che meno la panchina in attesa del mattino, somma condanna all’inazione: rilancia, rivendica con il folk della riscossa un ruolo, il posto nel mondo che finalmente sia frutto di una dannata conquista.

I moti e le militanze non sono cose per uomini soli. Ci sarà sempre chi dirà “cosa metterci, come vestirci, come fare il nodo alla cravatta”, ma quel che conta è che a chi lo farà non permetteremo più di sentirsi necessari, ma solo, e disinteressatamente, utili. Che bello sarebbe.

Alberto Scuderi