La copertina realizzata da Erik Ferguson

L’ultimo disco degli Horrors è un’opera monumentale. Di quei monumenti che non si fanno notare per dimensioni e solennità. Qui non c’è nulla di colossale, niente di smisurato. Il quinto album della band inglese, banalmente intitolato “V”, ricorda piuttosto un corposo e oscuro oggetto del desiderio. Un monolito nero di media altezza che ha raggiunto uno stato di pura energia. A piantarlo nel terreno arido di questo nostro pianeta è un gruppo di musicisti ormai navigati che sembrano appartenere a una razza aliena.

Del resto, delle continue trasformazioni e della natura “altra” degli Horrors si è già ampiamente parlato. Inutile rivangare il passato garage (“Strange House”, 2007), altrettanto scontato ripercorrere le successive svolte post-punk (“Primary Colours”, 2009) e psych-pop (“Skying”, 2011). Per questa quinta fatica, più che sulla loro ennesima trasformazione, è meglio concentrarsi sui mutamenti. Sì, mutamenti, al plurale. Perché il monolito nero, proprio come avviene in “2001: Odissea nello spazio”, si presta a molteplici interpretazioni, deformazioni plastiche, metamorfosi sonore e corporee che rendono il monumento un simbolo di evoluzione artistica.

L’ologramma

La prima forma disegnata dal quintetto di Southend on Sea è quella ingannevole e ammaliante dell’ologramma. Immagini lucide e solo apparentemente reali. Uomini fatti di luce e azoto, senza la minima sostanza. La traccia di apertura, intitolata appunto Hologram, invia nello spazio profondo una domanda a cui nemmeno un alfa-draconiano troverà mai risposta: «Are we vision?». Il brano, amletico e programmatico al tempo stesso, è una lunga cavalcata retro-elettronica che ricorda da vicino la magistrale Army of Me di Bjork.

La macchina

L’immaginario degli Horrors passa rapidamente dall’evanescenza del laser alla dura corteccia rottamabile. L’uomo, da inconsistente ologramma, torna ad essere sostanza. A rivestirlo, però, non è la pelle soffice di uno spirito libero, ma un ammasso di lamiere dentro il quale resta intrappolato. É il caso di Machine, terza traccia del disco e primo singolo che ha anticipato l’uscita di “V”. Un brano foderato di chitarroni industrial, che sembrano contendersi il primato sul corpo con lo sferragliare biomeccanico dei Tubeway Army. Sul finale l’anima rock prende il sopravvento in una scarica noise. Ma le basi per la successiva metamorfosi sono già state poste.

Il fantasma

Non è un’inversione di marcia verso la rarefazione della carne. Il fantasma, per gli Horrors, è una presenza ingombrante, forse necessaria, che riempie un vuoto. Ghost racconta di una perdita, una discesa vorticosa e inevitabile verso luoghi che diventano rifugi, angoli reconditi in cui riusciamo ancora a “sentire”. Tra veglia e sonno si cade in uno stato onirico impossibile da afferrare, ma in cui la sensibilità e le emozioni sono più che mai amplificate. La band descrive questa condizione di sogno, per non dire di ipnosi, con suoni avvolgenti e sintetici in un crescendo esponenziale.

Angeli e dannati

Il monolito degli Horrors può essere la salvezza, ma anche una trappola. Come nel “Villaggio dei dannati” di Carpenter, il potere di entrare nella mente umana può essere un’arma a doppio taglio. Strumento di spietata malvagità o bisturi per riparare i propri traumi e quelli altrui. In Weighed Down, con il suo incedere malinconico e new-wave che solo i Cars di Drive saprebbero replicare, lo sguardo è ancora una volta filtrato dagli occhi dell’amore. The Gathering, unica ballata fra le dieci tracce del disco, lancia invece un messaggio di candida rassegnazione (“And there’s someone out there seeing everything and who knows what you know”).

I fuoriclasse

Il tiepido ottimismo di World Below e It’s A Good Life è propedeutico a un finale inatteso e per certi versi sorprendente. Something To Remember Me By è forse il brano più pop e accessibile mai scritto dal combo inglese. Una dance-hit dal gusto nineties, che ha il grande pregio di non stridere con il resto del disco. La definitiva dimostrazione che gli Horrors, a dieci anni dal loro folgorante esordio, sono riusciti nell’impresa di fare dell’eterogeneità un punto di forza e non l’inesorabile spartiacque verso la dispersione narrativa. Una caratteristica che è propria dei grandi, da Bowie ai Primal Scream. Di chi sa trattare un monolite nero con la consapevolezza di correre un grosso rischio.

Paolo Ferrari