Una più che decorsa raccolta di pop barocco contemporaneo, questo EP dei due newyorkesi fratelli D’Addario, seguito del loro esordio ufficiale del 2016. Perfettamente in linea con lo spirito dei tempi, almeno quando si parla di rock, i Lemon Twigs sono però anche capaci di imporsi con una cifra personale: il loro suono è infatti decisamente barocco, ma molto raramente dream pop o addirittura pop-punk. I riferimenti sono piuttosto il folk hippie infantile, nonché il glam adolescenziale dei T.Rex, se vogliamo usare Marc Bolan come metro di misura. Ma anche il vaudeville rivisitato dai Kinks, i Beatles più maturi e le ballate folli di Syd Barrett possono aiutarci a rendere l’idea.

Un’altra peculiarità dei due americani pare poi il suono a volte deformato come se fosse stato trattato con un vocoder, che produce un timbro vagamente stonato in grado di ricordare sia l’attuale r‘n’b sia le canzoni a galleggiamento lento di St. Vincent (pur mancando ai nostri il soul di quest’ultima). Notevole è anche l’arrangiamento dei pezzi, cangianti e costruiti con cambi di ritmo che fanno sembrare le canzoni dei mash up ben riusciti, altro indizio che fa capire in che tempi e su che banchi di scuola si siano formati gli autori di questi sei brani. Un disco rosso porpora, anemico e sanguigno allo stesso tempo, dalla sensualità spigolosa, più lasciva che maliziosa, malvissuta piuttosto che goduta a cuor leggero.

Alessandro Scotti