Milano, 5 marzo 2018
di Paolo Ferrari

Per entrare nello spirito dei puri di cuore basta farsi un giro sul loro profilo instagram. Prima di arrivare al Circolo Magnolia i The Pains of Being Pure at Heart hanno scorrazzato per Milano come una scolaresca in gita. Guardate le loro fotografie: hanno la faccia di chi osserva il mondo con gli occhi carichi di aspettative e liberi dal pregiudizio. Proprio come gli studenti delle scuole elementari.

Che ne sanno loro, ragazzi in gamba di New York, che in questa terra logorata dall’ignoranza si è appena conclusa una drammatica maratona elettorale? Il loro Tycoon basta e avanza per farli incazzare al tal punto da non pensarci più. E allora anche noi, in questo lunedì sera che sa di cavolfiore e bastoncini Findus, possiamo abbandonarci al piacevole ricordo dell’indie-pop scanzonato che tanto andava una decina d’anni fa.

Quando entro nel locale, Kip Berman (cantante, chitarrista e leader di una band che ha visto negli anni diversi cambi di formazione) è da solo al banchetto a giochicchiare con lo smartphone. Fatti i debiti calcoli, sta forse postando un ritratto del bassista Jacob Sloan (che è anche il frontman dei Dream Diary) apparso proprio in serata sulla solita pagina instagram.

Poi le luci si abbassano e il gruppo si prepara a salire sul palco. Il pubblico, per la verità, non è quello delle grandi occasioni. Ma è molto ben selezionato. Gli animi si scaldano immediatamente con il secondo brano in scaletta, Heart in your heartbreak, singolo-killer del 2010 che riflette il lato più pop-punk dei cinque americani. Un tipo di approccio che sarà una costante durante tutto il live, decisamente più carico e abrasivo rispetto alle registrazioni in studio (specie negli ultimi due dischi), per la gioia dei vecchi fan. La setlist, infatti, pesca a piene mani dall’esordio omonimo (Come saturday, A teenager in love, Young adult friction), con frequenti puntate all’ultimo disco (una su tutte, la bellissima When I dance with you).

Le tastiere, seppur decisive in molti passaggi della nuova produzione, vengono soffocate dalle scariche di chitarra shoe-gaze e da un basso sempre perfettamente in linea. La batteria, un pelo indietro per scelta, galoppa nelle retrovie, fiera e fracassona. Kip Berman si accartoccia spesso e volentieri a terra, aggrappato alla chitarra come a volerne tirare fuori l’anima. Ed è in questo tradizionale quadretto da sala prove che emerge il lato più grezzo e genuino della band. Se su disco suonano come la sintesi perfetta fra i britannici Jesus and Mary Chains, Pastels e Smiths, dal vivo prevale la componente noise americana ereditata dai Dinosaur Jr.

Poco prima della chiusura, Kip Berman resta solo sul palco per una cover dell’immortale Suzanne di Leonard Cohen. Una scelta azzardata che non ha emozionato come avrebbe dovuto. Ben diverso il finale con il resto della band, che esegue una versione davvero esplosiva di Belong. Una spazzolata al cuore che fa il paio con la fotografia pubblicata l’indomani sotto il dito medio di Cattelan in piazza Affari.

 

 

Ph: Mark Wilkinson // instagram // website