“Mi chino e indugio a osservare un filo d’erba estivo. /La mia lingua, ogni atomo di sangue, fatti da questo/suolo, da quest’aria. /Nato qui da genitori nati qui e così i loro padri e così i padri dei padri, /Io ora, trentasettenne in perfetta salute, ora incomincio/E spero di non cessare che alla morte. /Credi e scuole in sospeso, /Un po’ discosto, sazio di ciò che sono, ma mai/dimenticandoli/Accolgo la natura nel bene e  nel male, lascio che parli/a caso,/senza controllo, con l’energia originale”. Così Withman iniziava uno dei suoi poemi più belli, trascinato dai fantasmi dei padri e dal magnetismo della natura. Un regista che più di altri ha riflettuto queste parole, ha trasformato in poesia la potenza, la malia e il furore della terra, madre accogliente e feroce, è stato Malick. Nel suo film più lirico, il secondo dopo “Badlands”, come in un quadro di Wyeth  con i colori di Hopper, ha trascinato la narrazione ancora al femminile in un ambiente, dove la terra diventa matrigna e cassa di risonanza delle passioni di coloro che le appartengono. “I Giorni del Cielo” è un film del 1978, ambientato nei primi anni del secolo scorso, dove si svolge un dramma teso tra amore e morte, tradimento e fedeltà. Secondo a “La rabbia giovane”, dove Martin Sheen era un iconico James Dean disperato, seducente e sconfitto in partenza, ha per protagonista un giovane e bravo Richard Gere, sognatore ambizioso e autodistruttivo destinato a vivere un amore che infiamma il cuore, senza poter mai diventare cenere. Come in un mito, o in un dramma alla Faulkner, dove esodi viaggiano su treni merci, al ritmo del vapore, raggiungendo campi di grano e cieli sconfinati.

All’orizzonte si scaglia una casa colonica e un affascinante proprietario terriero che s’innamorerà di una lavoratrice appena arrivata, del suo viso severo e dei capelli neri come una notte in tempesta. Ma il diavolo si nasconde nella notte e la maledizione porterà giocolieri, fuoco e cavallette. Ogni cosa sarà distrutta. Eco bibliche e pagane, superstizioni e magia, nella cornice incantata della fotografia mozzafiato di Nestor Almendros e nella musica di Ennio Morricone. Lo stile è quello che segnerà tutta la produzione di Malick, ma meno patinato, dove la passione si fa strada tra spighe di grano e la narrazione è la memoria di una ragazzina, come sempre in un sussurro che illumina la storia con le tonalità del sogno.

“I giorni del cielo” vinse quattro Oscar (due ovviamente per fotografia e colonna sonora), due Golden Globe (miglior film e regista) e Malick fu premiato anche a Cannes ed è uno dei film più belli e intensi di sempre, anche per la migliore prova d’attore di sempre del grande Sam Shepard, i cui occhi disperati e traditi s’incidono nel cuore più di ogni dialogo, musica o paesaggio.

Il Demente Colombo