Negli ultimi anni succede più raramente di un tempo di innamorarmi di un film, ma quando accade è un amore folgorante. Una delle ultime volte è successo qualche anno fa con “The Beginners”, consigliato dal mio amico Biagio Ruttolomeo, che a quei tempi viveva lontano, nel sud della California.
Nonostante dubitassi della compatibilità dei nostri gusti cinematografici, mi fidai e sin dalla prima scena si è acceso un mondo dolce, gentile, delicatissimo, contenitore di una storia dolente e malinconica. Tratto, come è noto, da una vicenda autobiografica del regista Mike Mills (il marito di Miranda July e non il bassista dei R.E.M.), il cui padre gli confessò la propria omosessualità poco prima di morire. Lo stesso regista ha detto in merito: “My gay dad was way more engaged, talking to me about my love life, confronting me about little rackets I was running with myself. He was way more open about his desires and ups and downs. We had all these conversations that we never had when he was straight and then — oops — he’s gone.”
Nel film questa storia è il punto di partenza per narrare esistenze sussurrate, che vivono di emozioni e di assenze. Non a caso il protagonista (un bellissimo e bravissimo Ewan McGregor) si innamorerà di un’attrice, vivendo una storia romantica, iniziando ad aprirsi all’esterno, abbattendo le proprie difese e ansie per la prima volta, come “beginner”era stato suo padre (Christopher Plummer, che per questa parte vinse l’Oscar), che alla fine della vita decise di esistere ed amare liberamente. Una regia delicata e calda, addolcita dalla luce di una mite Los Angeles e da una colonna sonora malinconica e romantica, che spazia dai ritmi anni ’40 di Hoagy Carmichael, a Bach, fino al bellissimo “Beginner’s theme suite” di Brian Reitzell.
“The Beginners” è avvolto dalla nostalgia, che si costruisce sulle distanze e sulle imminenti partenze, siano loro definitive o temporanee, le mete sono lontane da noi e vicine alla nostra solitudine. Quello che resta è il ricordo e il desiderio. Un’atmosfera rarefatta e unica, intensificata dell’utilizzo nella narrazione di vecchie fotografie, cartoline nel descrivere il passato, che incrementano l’aspetto vagamente hipster ma splendidamente poetico del film. Mills ha scelto questo stile perché “Combining real facts and documentary objects made it feel more visceral”, per trasformare in immagini una storia che in mano ad altri sarebbe stata stonata e avrebbe rischiato l’autocommiserazione, ma che grazie al suo sguardo ha avuto l’equilibrio e la delicatezza propria di un film affascinante e intenso, la cui bellezza durerà nel tempo.
Il Demente Colombo