Ottimo blues-rock etnico dall’Africa occidentale. D’altra parte chi ne sa dice che il blues arriva proprio da lì, per cui perché sorprendersi? Ma l’opera di questi Tuareg è anche un disco misterioso come un ornitorinco, perché passa nella stessa canzone e stratifica in modo sincrono suoni “roots” e cadenze ipnotiche da nenia con arrangiamenti patinati da safari tour.

L’effetto mi è risultato a volte straniante e a volte vagamente irritante (o deludente?). Come se un canzoniere pensato per essere genuinamente primitivista fosse continuamente ripulito da dei cloni degli Eagles. Ma alla fine posso pensare che questa sia la cifra dei nostri, almeno in questo loro album. Di certo non lo consiglieremmo agli appassionati di synt-goth, ma chi ama il weird folk meno pazzerello potrebbe ritrovarcisi, tant’è che Kurt Vile dice la sua come ospite in più di una traccia.

Cadenza da preghiera, chitarre sopraffine e ammalianti, percussioni da trance e la collaborazione in una canzone anche di Mark Lanegan, fatto, credetemi, tutt’altro che casuale, perché le opere più mature e riappacificate col rumore dell’ex-Screaming Trees davvero fanno pensare a un gemellaggio tra le due sponde dell’Atlantico. A questo punto direi che la tendenza degli indie rocker americani a fare da mecenati per i loro colleghi dell’etno blues di certe aree del continente nero è assodata, come dimostra ad esempio la produzione dell’ultimo disco di Noura Mint Seymali da parte dell’ex-Pere Ubu Tony Maimone.

Se facessero un concerto vicino a casa andrei a vederli, ma tutto sommato mi ritrovo di più in Mdou Moctar, altro manico della 6 corde di quella parte di mondo, che però mischia batteria elettronica e vocoder ai suoni della tradizione. Io e la mia maledetta ossessione per la modernità e la novità.

Alessandro Scotti